“Lavorare coi giovani: il quadro generale vale più del dettaglio”

Intervista a David Bevilacqua, CEO di Ammagamma

1 marzo 2021

“La lunga esperienza in Cisco è stata quella delle multinazionali dove tutto era strutturato e stava nella fase di execution. Sia chiaro, non c’è niente di male a essere o diventare buoni esecutori ma io ero entrato lì dentro che ero davvero molto giovane, l’azienda poi è cresciuta moltissimo e anche io. Yoroi e Ammagamma sono state le mie due evoluzioni personali, intendo dire con me stesso e con gli altri, e hanno un filo rosso molto resistente che le tiene unite una dopo l’altra: entrambe aziende di tecnologia, entrambe create e gestite da giovani per non dire giovanissimi. In Ammagamma l’età media è di 29 anni”.

Le parole sono di David Bevilacqua, a cui ho fatto raccontare il movimento dal passato al futuro del suo essere manager e di esserlo stato prima ad altissimi livelli – ex Ceo di Cisco Italia e Vice Presidente di Cisco Europe – e da qualche anno di farlo per scelta accanto ai giovani. All’apice della carriera ha scelto infatti di fare un passo verso i più giovani piuttosto che un passo in avanti con sé stesso, come progressione di carriera alla vecchia maniera. Co-fondatore prima di Yoroi, che opera in campo internazionale nella cybersecurity e, da poco, Ceo di Ammagamma, azienda modenese di data science e intelligenza artificiale.

 

Dove ti portano i giovani, dove non saresti stato capace di andare da solo? Metaforicamente mi fanno vedere quelle prospettive che non avrei saputo cogliere o vedere, sembra banale ma è una profonda verità. Grazie a loro riesco a fare sintesi. Nello specifico mi hanno portato a vedere il mondo dei dati, dell’intelligenza artificiale e del vedere ogni processo – che sia fisico o transazionale – attraverso gli occhi della matematica.

 

Meno emozionalità nelle decisioni. O è riduttivo?

Nel lavoro siamo pieni di emozionalità decisionale anche quando non ci accorgiamo: vedere le cose con prospettive matematiche aiuta a sviluppare un atteggiamento verso gli angoli che solitamente sfuggono. Sono quelle che noi chiamiamo “correlazioni deboli” e che mancano solitamente nei processi di decisione dove agiamo e scegliamo tramite “ragioni forti” e sfruttando esperienze passate.

 

Lavorare in un’azienda molto strutturata o in una multinazionale: spieghiamolo ai giovani che le vedono da fuori.

Quando hai la direzione, il metodo, gli strumenti e la decisione già presa, se ti muovi bene in fase esecutiva difficilmente sbaglierai. Per questo è importante che i giovani capiscano come sono fatti e per cosa sono fatti, che si formino bene.

 

Altro stereotipo da sfatare è quello dell’intelligenza artificiale.

Ci viene passata come una dimensione umanoide, ibrida tra esseri umani e macchine, raccontata quasi sempre in modo distopico come qualcosa che entra in sostituzione all’uomo. Invece l’intelligenza artificiale è algebra, logica e possibilità di vedere le cose arricchite da una serie di dati che l’uomo da solo non sarebbe in grado di cogliere. Sarebbe troppo facile ora citare Kahneman e la sua teoria dei due sistemi di pensiero, il Sistema 1 istintivo e rapido e il Sistema 2 al contrario razionale e lento.

 

Ormai da tempo li vivi da vicino: che relazione intuisci tra i giovani e le loro emozioni vissute nel luogo di lavoro?

A differenza delle generazioni precedenti, loro sono capaci di sovrapporre meglio il piano delle emozioni con quello del lavoro. L’aspetto che mi ha stupito in Ammagamma è che non sono affatto dei nerd come spesso si è portati a pensare. Non vivono le giornate attaccati ai codici, hanno un’infinità di interessi e passioni personali, c’è chi fa il conservatorio, chi fa storia delle religioni, insomma hanno una capacità di approfondire che noi non abbiamo e non avevamo alla loro età. Mi capita molto spesso di trattare un tema con loro e vederli tornare dopo qualche settimana con un libro in mano che hanno letto o con riflessioni che hanno fatto studiando. Non stanno in superficie e vanno a fondo ma magari è tipico del loro percorso di studi e di formazione; il problema è che ai giovani viene negato questo riconoscimento.

 

Saluto al telefono David Bevilacqua, che non si nega mai quando si tratta di parlare di vita e di esperienze a cavallo delle generazioni senza omettere l’umiltà di analizzare pubblicamente se stesso. Se vi capita andate a rivedere il suo TedX Cesena dal titolo “Le mie parole – come un trolley può cambiare tutto” o cercate il suo libro appena uscito per Guerini Next “Parole per cambiare rotta. Tappe e imprevisti nel percorso di un manager”. E tutto mi torna mentre chiudiamo la telefonata perché mi lascia dicendo che secondo lui oggi mancano i maestri per i giovani e che lui cerca di fare al meglio quello che può fare per loro. Sa di non poter intervenire nella loro crescita culturale e nella loro dote scientifica, lì deve fare un passo indietro; ha però capito bene dove può essere di aiuto: mettere a disposizione un’esperienza di cui approfittare come guida. “Fosse anche per far capire loro che a volte la ricerca estetica della tecnologia deve lasciare spazio al disegno più ampio della tecnologia mentre loro sarebbero portati a fissarsi sulla bellezza di un algoritmo che poi magari il cliente nemmeno riesce a cogliere. Così come so bene di dover trasferire la centralità del rapporto fiduciario dentro un’impresa: ognuno sa il valore che porta all’altro e che dall’altro riceve. Serve tanta manutenzione delle persone, mi si passi l’utilizzo manageriale del verbo; serve passare tanto tempo con loro e averne cura”.

 

Sono certa che lui sia capace di mettere una mano sulla spalla e che lo faccia spesso. Gesto dimenticato tra generazioni.

 

A cura di

Stefania Zolotti
stefania.z@fiordirisorse.eu
339.7097037