Flessibile, democratica, innovativa: l’industria del futuro prenda lezione dai più giovani

Intervista a Giovanni Avallone, co-fondatore e CDO della startup Caracol, che oggi produce mascherine 3D

30 aprile 2020

“L’incertezza la mia generazione l’ha imparata sui banchi dell’Università: studiavamo e ci dicevano che tanto lavoro non ce n’era, a patto di inventarcelo. Il precariato è il nostro orizzonte, il piano B in tasca la nostra dimensione quotidiana da sempre”. Giovanni Avallone ha 28 anni e un eloquio brillante e sicuro, da imprenditore consumato a dispetto della giovanissima età: assieme ad altri tre coetanei – Paolo Cassis, Jacopo Gervasini e Francesco de Stefano – ha dato vita a Caracol, azienda nata da un gruppo di ricerca sulle nuove tecnologie formatosi nel 2015 con finalità produttive legate all’innovazione, in particolare al mondo della stampa 3D. Nel 2018 la costituzione della start up, che ha dato vita all’attuale assetto societario: oggi Caracol ha un organico composto da 16 persone, età media 26 anni. Un’azienda giovanissima, in tutti i sensi, con un fortissimo orientamento al Research and development, service per settori industriali di varia natura, dall’automotive al medicale al design di prodotto: una trasversalità che gli ha consentito in tempi rapidissimi di sviluppare un progetto di mascherine con filtro intercambiabile, il cui materiale è stato testato dal Politecnico di Milano, ente preposto dall’Istituto Superiore di Sanità

“Già alcuni giorni prima del lockdown ci eravamo preparati all’idea di orientare le nostre tecnologie per produrre qualcosa di utile allo stato di emergenza” racconta Giovanni. Così viene abbozzato un progetto, ciò che basta per avviare la procedura di richiesta delle autorizzazioni per restare aperti. Le loro mascherine 3D, un kit con 20 filtri sostituibili, a basso costo – circa 15 € – e a basso impatto ambientale, hanno presto attirato l’attenzione dei media, con tanto di servizio sul Tg1. “Da quando è scoppiata la pandemia stiamo lavorando il doppio, abbiamo intensificato i turni sia per aumentare la produzione che per rispondere alle misure di distanziamento all’interno dell’azienda: ad oggi produciamo 3mila mascherine a settimana, una quantità considerevole per le nostre modalità di produzione”. La plastica delle mascherine è prototipata e prodotta da partner certificati, mentre i materiali filtranti sono testati dal Politecnico per raggiungere il miglior livello di protezione.

Assieme alla produzione è partita una campagna di crowdfunding per poter donare i kit alla Croce Rossa e ad altre istituzioni: nel frattempo hanno cominciato ad arrivare richieste di acquisto da pubblici e privati. “Ci interessava produrre un oggetto intelligente – continua Avallone – l’usa e getta era fuori discussione per una questione di impatto ambientale che è uno dei criteri ai quali orientiamo i nostri progetti. L’incidenza del filtro intercambiabile è relativa, mentre la mascherina può essere lavata, disinfettata e riutilizzata a lungo”. La risposta pronta all’emergenza non può prescindere dalla necessità di operare scelte all’insegna della sostenibilità, che è la direzione del futuro, assieme a una visione “democratica” e orizzontale della produzione. “Due dei quattro soci fondatori hannouna formazione come designer, con profili tecnici: un mondo più flessibile e meno verticalistico, nel quale il cambiamento è routinario e governabile in maniera ordinaria – dice Giovanni. – Il business model sviluppato con gli altri due founders, con formazione in economia e management, ci permette di essere flessibili. Se domani smetto di produrre mascherine e faccio valvole quello che cambia è la progettualità, non la natura dell’azienda”.  

Una differenza sostanziale rispetto ai modelli tradizionali, dove c’è un forte investimento a monte, una messa a terra di linea verticale su un determinato prodotto e il forte problema delle giacenze. “Da noi il concetto di magazzino scompare, la produzione è on demand: la tecnologia 3D ridisegna il sistema prodotto, così come la logistica: niente più spazi per lo stoccaggio, via a produzioni geolocalizzate, con macchinari installati in altri paesi e gestiti da remoto”. Flessibilità come parola d’ordine dell’industria nei prossimi anni? Giovanni Avallone ne è convinto: “certo, la pandemia ha fatto emergere il problema in tutta la sua drammaticità, ma la verità è che pure in assenza di situazioni così drammatiche il mercato è oggi instabile e dinamico: o ti adatti velocemente, o sei fuori”.

Come vede dunque il futuro chi è abituato alle montagne russe di un presente la cui cifra costitutiva è l’imprevedibilità? “Dal punto di vista economico questi mesi verranno ammortizzati bene, cominciano a ritornare anche stimoli dai clienti, orientati verso una possibile ripartenza. Certo resta un po’ di preoccupazione, sia su importanti progetti già avviati e che potrebbero subire frenate, sia per quello che ci attende a livello di ecosistema, perché è inutile negare che ci saranno conseguenze – dice Avallone. – Mi è capitato di sentire un dirigente di un’importante azienda nazionale, che è stata costretta a chiudere i suoi punti vendita e che si è resa conto che l’azienda in smart working è efficiente con il 10% del personale normalmente utilizzato: si tratta di uno scenario abbastanza preoccupante”. Si prospetta insomma una ridefinizione piuttosto impattante degli assetti economico-finanziari a livello globale: come prepararsi alle sfide di domani, dunque? “Io credo che occorra continuare (o cominciare) ad utilizzare il buon senso, quando ripartiranno le aziende, occorrerà senza dubbio acquisire metodologie per non vanificare gli sforzi fatti oggi, anche precedendo i decreti, se necessario – dice Giovanni. – E poi fare di necessità virtù: questo periodo è stato molto intenso per noi, la difficoltà ci ha spinto a cercare soluzioni nuove per rimanere aperti in maniera intelligente e sicura. Credo ci abbia aiutato, e non poco, il fatto di avere profili alti in azienda, e credo anche che sia un insegnamento da tenere a mente. E sembrerà banale dirlo, ma fare le cose bene ci ha aiutati ad uscire dall’ombra senza particolari sforzi: l’eco mediatica che ha avuto il nostro progetto mascherine ha fatto sì che fossimo contattati dalle istituzioni, anche a livello alto, e che ci venisse fornito un supporto soprattutto a livello di permessi e certificazioni, una cosa non da poco nella follia burocratica di questo Paese. Ecco, mi auguro davvero che questo buon senso si possa usare anche in futuro”.