Giovani e lavoro: se il riconoscimento sociale vale più dello stipendio

“Oggi, quando si parla ai giovani o dei giovani, si parla solo di lavoro che non hanno o che non trovano. Dovremmo invece iniziare a farli riflettere su altri valori, come l’amicizia: l’amicizia ormai non ha più a che fare solo con categorie morali ma acquista sempre più un valore sociale ed economico. Per lavorare in senso buono e proficuo, oggi più che mai hai bisogno di avere intorno persone in armonia con te, che si mettano a disposizione nell’ambiente in cui lavorano e che abbiano come te il bisogno di uno scambio: in questo senso l’amicizia diventa anche un volano economico. Fino a dieci, quindici anni fa, l’amicizia o il baratto afferivano soltanto alla sfera privata di ognuno oppure servivano a bilanciare e compensare una povertà. Bisogna iniziare a prendersi cura”.

 

Dei giovani si dice spesso che sono poco concreti e, per indole, persino individualisti. Andando oltre lo stereotipo, come si spiega loro l’importanza del prendersi cura? 

Evitando l’errore più grande e frequente che è spiegare loro di cosa prendersi cura. Al contrario, ai ragazzi dovremmo chiedere: tu normalmente di cosa ti prendi cura? Solo partendo da ciò che loro già fanno, e senza farli sentire giudicati, un po’ alla volta arriveranno a prendersi cura di un lavoro, di un contesto, di una comunità professionale o sociale.

 

Non ha alcun dubbio, Vincenzo Moretti, che la società adulta ponga male la questione in tema di giovani. Da sociologo è lucido nel decodificare i comportamenti umani, da fondatore del #lavorobenfatto trasmette la sacralità del come più del cosa e da quindici anni lo fa partendo dai bambini di prima elementare fino agli universitari con un suo motto che è “A scuola di #lavorobenfatto, di tecnologia e di consapevolezza”. 

Da poche settimane è anche il Coordinatore didattico della Piccola Scuola Bottega in cui si fa artigianato di scrittura e di parole e, mentre lo intervisto, a un certo punto si alza e va a prendere un grembiule che si è fatto fare e lo indossa da vero uomo di bottega.

“Qualsiasi sia il lavoro che fai, devi farlo bene e non solo perché è bello, è giusto, è possibile e ha senso ma perché, alla fine, farlo bene conviene e conviene a tutti”.

Chi lo conosce sa che, quando può, Vincenzo Moretti ricorda l’aneddoto di Primo Levi a dialogo con Philip Roth nel 1986: Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del lavoro ben fatto è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale. E questo racconto torna anche nella sua rubrica online dentro Nova – Il Sole 24 Ore con un pezzo – imperdibile – che firmò nel 2018 dal titolo potente “Una vita senza lavoro è una vita senza significato. Anche se tieni i soldi”.

 

Fare bene il proprio lavoro però non è solo una questione manuale.

Fare le cose con le mani vuol dire stare dentro i processi e la metafora della mani vale anche per i lavori intellettuali. Ed è un messaggio tanto più urgente oggi che i giovani sono sempre più lontani da una dimensione fisica del lavoro, è importante fare chiarezza sui contesti e anche sulle parole.

 

In che senso è urgente riflettere sulle parole?

C’è un enorme problema lessicale per le generazioni più giovani, un fraintendimento che rischia di farli confondere non solo nella vita di tutti i giorni ma anche in quella lavorativa. Per loro la parola tecnologia è sinonimo di digitale perché il contesto sociale in cui sono nati e cresciuti questo ha passato come messaggio. Quando giro per scuole e università, e chiedo di elencarmi gli oggetti tecnologici che hanno in casa, nessuno mi cita un asciugacapelli o un ago o un paio di forbici eppure la parola tecnologia sta a indicare tutto ciò che sta tra noi e l’azione che dobbiamo fare.

I giovani non sanno distinguere e non hanno le parole giuste semplicemente perché hanno perso o non hanno mai sviluppato l’abitudine a usare le mani, a fare con le mani. Tutto ciò che non utilizziamo finisce di esistere o di evolvere: in questo senso le parole e il lavoro vanno di pari passo.

 

Provare a spostare il ragionamento del lavoro sul come più che sul cosa, soprattutto in questi anni che vedono il mercato italiano contratto e immobile, potrebbe alleggerire i giovani liberandoli da non poche ansie e insicurezze?

Ne sono convinto. Mi viene in mente Cesare Pavese, che fa dire a un personaggio del suo libro “La luna e i falò”: L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa. Che tu faccia una parete di stucco o che tu sia l’ingegnere o l’architetto, è come lavori che ti dà un valore. È una questione di riconoscimento sociale che oggi purtroppo manca ai ragazzi come valore di partenza e dobbiamo darci da fare tutti per cambiare le cose.

 

Il riconoscimento sociale per andare oltre il valore economico di un lavoro?

Proprio così. Per questo nel Manifesto del #lavorobenfatto diciamo “più valore al lavoro e meno valore ai soldi” ed è su questo che va riappoggiata la cultura del lavoro. Per riconoscimento sociale intendo dire anche la necessità, da parte delle imprese e degli imprenditori, della restituzione sui territori e verso le persone che li vivono: ma che senso ha, altrimenti, lavorare e far lavorare solo per accumulare ricchezza? Che poi ai giovani andrebbe detto chiaro e tondo che la ricchezza si misura su quello che spendi e che puoi spendere e non su quello che hai.

Il più grande inganno che hanno ereditato i giovani.

Il nesso tra lavoro e autonomia: una volta era un nesso credibile e aveva un riscontro nella realtà, lavoravi per diventare indipendente da tanti punti di vista e lo diventavi davvero. Oggi, purtroppo per loro, non è più così.