Gli imprenditori: occhi, orecchie e sensi di ciò che accade nel mondo del lavoro

Intervista a Pietro Tentori, Tentori Enzo & Co.

24 aprile 2020

“Quello che mi piacerebbe è che smettessimo di parlare di situazione di emergenza: uno stato di cose che va avanti da tre mesi non è eccezione, diventa il nuovo orizzonte entro cui muoversi. Dobbiamo tornare a una seppur relativa normalità, con la coscienza che dovremo adattarci a nuove modalità e convivere con questa nuova realtà”. Ne fa anche un problema di linguaggio o, come è d’uso dire in questi giorni, di narrazione Pietro Tentori, titolare della storica azienda Tentori Enzo & Co. di Lecco, in attività dal 1965, che progetta e realizza sistemi hardware e software a livello nazionale. Una delle aziende che ha dovuto chiudere i battenti, almeno per quel che riguarda la produzione, mentre una dozzina di dipendenti è in attività attraverso smart working.

“Avevamo cominciato fin dal 7 marzo a predisporre tutte le procedure necessarie per l’accesso dall’esterno di chi avrebbe potuto fare telelavoro – spiega Tentori – in modo da avere le necessarie distanze in azienda. L’officina è andata avanti fino al 20 marzo, ora siamo in attesa delle nuove disposizioni”. Una situazione di non facile gestione: “c’è l’inevitabile preoccupazione di tutti noi e dei nostri dipendenti per la salute, quella personale e quella dei propri cari, dall’altra parte c’è però anche voglia di riappropriarsi della propria quotidianità, anche lavorativa. Certo occorrerà cambiare alcune cose, fare anche rinunce, ma è un piccolo prezzo da pagare in fondo se si riuscirà a tornare in tempi brevi alle nostre vite”. Piccoli gesti, come il caffè e le chiacchiere davanti alla macchinetta, o la pausa pranzo in mensa, probabilmente diventeranno per qualche tempo un ricordo, ed è singolare come la portata globale della pandemia riesca ad insinuarsi e turbare anche i rituali più insignificanti e familiari, dando loro una rinnovata importanza. “Non possiamo però rimanere fermi in attesa del vaccino – dice Tentori – abbiamo molte offerte evase e molte da evadere, clienti che avevano in mente investimenti che probabilmente verranno ridimensionati se non annullati del tutto: a questo dobbiamo essere pronti, ad adattarci al meglio alle mutate condizioni, se necessario anche cambiando o convertendo alcuni dei nostri storici settori operativi. Di certo, quello che vedo nel futuro non è un festeggiamento per il pericolo scampato: saremo in mezzo ad altre battaglie nei mesi a venire, in primis la battaglia per rimanere in piedi, dal punto di vista economico”. 

La crisi del 2008 costituisce un precedente utile ad orientarsi nel presente? “Credo non siano situazioni equiparabili: la pandemia ci ha travolti in maniera talmente rapida da coglierci totalmente impreparati. C’è stata una totale mancanza, a livello di istituzioni italiane ed europee, di un piano di gestione dell’emergenza, e questo ha travolto tutto, dal sistema sanitario al nostro quotidiano, personale e lavorativo. Quello che ho amaramente riscontrato è che c’è stata una certa miopia, non esistono ad oggi governi che si siano dimostrati all’altezza di gettare basi organizzative a livello sanitario né basi economiche forti per gestire la crisi economica”. A farne le spese sono ovviamente le aziende, soprattutto quelle meno forti: “il tessuto industriale italiano – dice Tentori – è fatto di piccole e medie imprese, e i loro clienti finali sono spesso grandi gruppi multinazionali, basti pensare a francesi, tedeschi e americani nel settore dell’automotive, aziende di cui spesso siamo contoterzisti: la mia preoccupazione è che i singoli paesi, in assenza di una ripartenza concertata, finiscano per rivolgersi a fornitori interni. Credo che se a livello italiano le imprese si impegneranno a fare sistema tra di loro, abbandonando le logiche dell’individualismo e della concorrenza più feroce, potremo venire a capo di questa situazione in maniera migliore di ciò che oggi si può prevedere”. 

Fare sistema in che modo? “Vede, credo che la situazione attuale stia mostrando in maniera purtroppo drammatica e apparentemente improvvisa una situazione che in realtà si è costruita nell’arco degli anni, dei decenni: pensiamo a tutto ciò che è legato all’ambito sanitario, alla produzione di mascherine, si tratta di un aspetto solo di un problema più generale, che è la perdita di un know how, ciò che accade anche in altri ambiti, penso a quello metallurgico. Rifare, ricreare un sistema vuol dire riprenderci produzioni, ma anche investire su ricerca e sviluppo, tutte cose che abbiamo via via perduto, che abbiamo trasferito altrove. Ci lamentiamo delle fughe dei cervelli, ma forse è giunto il momento di pensare che esse continueranno se non diamo ai giovani le condizioni per permettere loro di restare, per migliorare i nostri processi, per fare ricerca in campo medico, informatico, scientifico. Se restano in italia solo 10 su 500 ricercatori del CNR forse qualche domanda dovremmo cominciare a farcela. Lo stesso vale per le aziende: se il grosso della produzione viene portato all’estero capiamo bene che il problema è a monte”.

 

E quali possono essere le soluzioni? “Mi piacerebbe immaginare una visione a lungo termine, mentre ho l’impressione che oggi non si vada molto oltre la scadenza del prossimo mandato, se pensiamo alla politica. Mentre credo che occorrerebbe un piano decennale per disegnare l’orizzonte cui il nostro paese vuole approdare nel prossimo decennio, a ogni livello, sociale, di educazione, sanitario, economico, industriale. Se non si parte da questo non si possono risolvere, a mio avviso, problemi strutturali: finchè sarà più conveniente portare le lavorazioni all’estero perché ci sono minori vincoli, minori tasse, minore burocrazia, gli imprenditori lo faranno. C’è poi una questione culturale: noi italiani abbiamo un grande patrimonio di creatività, ma siamo dispersivi ed individualisti: se riuscissimo a lavorare con maggior sistematicità e creando sistema, non avremmo concorrenti al mondo. Non mi stancherò mai di dire che fare sistema è l’unica via che abbiamo, assieme al recupero di lavorazioni che abbiamo perduto o svenduto in alcuni casi, penso alla componentistica elettrica ed elettronica. Occorre premiare l’eccellenza italiana: non posso pensare ad importanti aziende partecipate dallo Stato che decidono di comprare grandi impianti in Cina, quando ci sono industrie italiane perfettamente in grado di fare quella tipologia di macchine. C’è poi il grande problema della tassazione, troppo alta: alleggeriti di questo, gli imprenditori sarebbero messi nelle condizioni di investire in nuovi impianti, in Ricerca e Sviluppo: occorre avere il coraggio di far ripartire un circolo virtuoso, perché gli investimenti portano lavoro, e sviluppo sul territorio”. 

E il futuro immediato? “La tecnologia ci viene senza dubbio in supporto – dice Tentori – e anche la capacità di reinventarsi: aziende fuori dal nostro abituale circuito di clienti, come alcune imprese del settore sanitario, ci stanno chiedendo supporto. Il mercato è sempre un mare, ci sono opportunità che a dispetto della situazione si aprono e che dobbiamo essere in grado di cogliere. Credo anche che questo momento servirà per premiare la qualità e tagliare in qualche modo i rami secchi: occorre restare coi piedi piantati a terra, portare avanti quello che si sa fare, è l’unica cosa che nel medio e lungo termine ci può far andare avanti e dimostrare di essere più bravi, competitivi, solidi”.  Che ruolo hanno gli imprenditori, oggi? “Siamo, molto semplicemente, occhi, orecchie e sensi di ciò che accade nel mondo dell’impresa, sia a livello nazionale che internazionale. Un punto di vista privilegiato, che può fare la differenza: credo che gli imprenditori possano diventare la controparte di un confronto sul sistema Italia, a patto che si superi la logica, appunto, dell’emergenza e si cominci a guardare al medio e lungo termine”.