Il paradosso di Zenone e la “Tortuga”: i giovani economisti raggiungeranno il futuro

 

Luisa Pomarici ha una laurea in Economia alla Bocconi, è Assistente ai tirocini di ricerca e fa parte in modo attivo del Collettivo Tortuga, un think tank di oltre 50 under 30 che tra Italia ed Europa mescola studenti, ricercatori e giovani professionisti in campo economico e delle scienze sociali. Per Tortuga la Pomarici è anche responsabile del networking e degli eventi. Originalità di un pensiero generazionale che si impegna a ritagliarsi una voce pubblica dentro un mondo già saturo come quello dell’economia e delle università.

Leggendo Tortuga viene in mente tartaruga e, con lei, il celebre paradosso legato al velocissimo Achille e alla capacità o meno di raggiungere il lento animale a cui era stato concesso il vantaggio della partenza: a parole e col pensiero ci si sono misurati Zenone, Aristotele e Borges ma forse è nella modernità del collettivo che viene voglia di immaginare lo scatto in avanti di una generazione a cui troppo è stato precluso per raggiungere il futuro. In Tortuga hanno a che fare coi dati, coi numeri, con le competenze; in particolare, le competenze dei giovani: infatti è da lì che partiamo.

“Con il rapido evolversi dell’economia globale, ai giovani viene richiesto di possedere sempre nuove competenze, che possono essere competenze tecniche quanto competenze trasversali (le cosiddette “soft skills”). Ma l’incontro fra i giovani e le competenze è spesso molto complicato. Il tema è talmente rilevante che nel 2014 l’ONU ha istituito la Giornata Mondiale delle Competenze Giovanili per aumentare la consapevolezza intorno al disallineamento fra quelle possedute dai giovani e quelle richieste dal mercato del lavoro. Dedico la mia formazione, anche grazie a Tortuga, all’importanza di stimolarne sempre di nuove, non a caso elaboriamo ricerche e analisi su temi di carattere economico e politico, sviluppiamo proposte di policy e ci mettiamo al fianco di istituzioni, politici, imprese e altri portatori di interesse. Insomma, impariamo di continuo per offrire un supporto professionale nel policy-making”.

 

Cosa ti ha spinto ad avere a che fare coi numeri e coi dati?

“Ho scelto di frequentare un corso di laurea in economia con un approccio molto quantitativo nella convinzione che proprio una formazione quantitativa fosse importante per poter analizzare in modo rigoroso i fenomeni sociali. In questo momento, io vedo l’analisi dei dati come il punto di partenza per poter elaborare delle proposte concrete per migliorare la società. Uno dei primi progetti che ho seguito in Tortuga è stata la stesura di un report sulla parità di genere in ambito lavorativo in Europa per i Socialisti e Democratici. A breve dovrebbe partire una serie di articoli sul salario minimo, in cui fra le altre cose cerchiamo di analizzare i suoi effetti riallocativi”.

 

Fuori intervista Luisa mi manda un link utile a farmi capire il suo sguardo sui dati ma soprattutto sul lavoro di un economista e, nel farlo, mi rimarca il sottotitolo di un articolo pubblicato su La Voce: “Il Nobel per l’Economia 2021 premia un modo di interpretare il ruolo dell’economista come scienziato sociale in grado di mettere i dati al servizio delle scelte di politica economica”. Lei sembra essere di certo sulla strada giusta.

 

A cosa non guardano i giovani quando pensano al lavoro? 

“A mio avviso il tema qui è come il mercato del lavoro si presenta ai giovani, ossia come un percorso in salita. La precarietà, la sovra e la sotto qualificazione sono solo alcune delle barriere d’accesso esistenti. In Tortuga riteniamo che è per prima cosa necessario offrire maggiore supporto ai giovani nella scelta del percorso di studio: è infatti cruciale sapere se la professione per cui si vuole studiare esisterà ancora, e in che modalità, nel mondo di domani. È poi necessario agire nella primissima fase di accesso al lavoro, incentivando l’apprendistato al posto del tirocinio, che presenta meno tutele.

 

Forse si studia troppo e si lavora poco in Italia. I numeri aiutano a decodificare la fisionomia dei più giovani nell’approccio formativo?

Se parliamo di università, nel 1971 l’accesso era pari al 10% della popolazione, mentre nel 2013 si era alzato al 30%. C’è stata una grande espansione da leggere in positivo perché rimanda a un concetto di inclusione; al contrario abbiamo assistito ad una evidente stratificazione se pensiamo a come il sistema terziario della formazione si sia diviso in lauree di primo livello, magistrali, i dottorati, i master. Si sono moltiplicati anche i vari corsi di laurea di tipo orizzontale, che hanno creato percorsi di qualificazione differenti i quali, a loro volta, rimandano a livelli salariali e di occupabili altrettanto diversi. 

 

E quanto incide, invece, il contesto socio-economico di provenienza?

I dati confermano anche che chi si trova in una posizione socioeconomica famigliare più vantaggiosa è in condizione di accedere a percorsi professionali e retributivi migliori, e questo rappresenta un grande elemento di complessità. È importante sottolineare che svolgere stage e/o internship durante l’università, percorsi propedeutici alla carriera che poi si vuole intraprendere, è fondamentale: spesso queste attività non sono retribuite ed è altrettanto difficile trovarle in modo autonomo. Il problema della non retribuzione degli internship e degli stage è basilare, soprattutto per chi si deve mantenere per studiare: lavorando come cameriera al bar, o facendo anche semplici ripetizioni, poi non si ha il tempo materiale di cercare percorsi di quel tipo, per giunta non retribuiti. Proprio per questi motivi in Tortuga pensiamo che per colmare il mismatch durante la triennale occorra avere un periodo di stage gestito dall’università stessa, evitando così che la ricerca sia tutta sulle spalle degli studenti che devono trovare l’internship senza avere gli strumenti adeguati a farlo.

Il senso del team, in Italia, non ha sempre fatto parte della cultura del lavoro. Spesso, nei diversi momenti storici, le persone si sono sentite più o meno portate verso un simile approccio. La tua che generazione è?

Il lavoro in team è alla base di tutte le mie attività e anche del collettivo che già nel suo nome rimanda a un senso di comunità. Non a caso quando pubblichiamo un articolo per qualsiasi testata non firmiamo con i nostri nomi propri ma a nome dell’associazione. La progressiva specializzazione delle conoscenze è cifra caratterizzante della nostra società e anche per questo il lavoro di gruppo è molto più della somma degli apporti individuali. Proprio per questo le capacità di saper lavorare in gruppo e di saper agire da team leader sono sempre più richieste.