“Sulle competenze digitali, il corpo docente è indietro di una generazione”

Intervista a Margherita Rabaglia, Istituto Gadda

16 marzo 2021

Prima di chiamarla per l’intervista mi ero scaricata parecchio materiale sia sull’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore Carlo Emilio Gadda a Fornovo di Tara in provincia di Parma, sia su di lei. Lei è Margherita Rabaglia, Dirigente scolastica del Gadda da oltre dieci anni – mi piace che si definisca Preside usando un linguaggio più diretto – ma soprattutto è un’insegnante combattiva, fatta per le rivoluzioni che nascono piccole e si fanno giganti. Un liceo classico alle spalle, una formazione tradizionale, una laurea in lettere classiche e poi il colpo di fulmine insegnando da sempre nelle scuole professionali partendo da un alberghiero.

 

L’inizio dell’intervista è la coda della storia, che poi è il presente di un’Italia in cui la DAD sembra essere diventata la conquista più moderna.

“Avremmo dovuto avere già da tempo una didattica digitale integrata, non siamo più alla scuola della Montessori o di Don Milani con tutto il rispetto per loro. Il Gadda già nel 2000 aveva attivato una cosiddetta “didattica da remoto” per mettere in contatto realtà scolastiche di provincia altrimenti rimaste al margine delle geografie e dello sviluppo. Cosa vuol dire? Che era possibile per tutti farlo già vent’anni fa e che in Italia avremmo dovuto non disperdere tempo e competenze. Nel 2021 l’Istituto conta 1100 ragazzi, un indirizzo professionale, uno per “tecnici ragionieri” per dirla all’antica, uno per tecnici informatici, un liceo quadriennale sperimentale e un liceo quinquennale. Il collegio docenti è multiforme per competenze e voglia di farcela insieme.

 

“Il nostro istituto è nato come ITSOS, istituti tecnici di natura sperimentale generati a metà anni ’70: mettevano insieme il tecnico e il letterario-umanistico, pensi che nel  tecnico-informatico c’erano anche ore di filosofia. Venivano persino assegnate alcune ore ai docenti per fare dialoghi interdisciplinari: intuizioni straordinarie”.

 

Qual è il senso dello sperimentare se poi ci si dilunga disperdendosi?

Questo è stato il grande limite: dentro le scuole si è perso tempo, si sono svuotati i buoni progetti. Sarò sempre grata di aver insegnato per vent’anni dentro istituti così operativi perché venivo da un’impostazione gentiliana molto chiara ma mi mancava tutto il bagaglio delle scuole tecniche e professionali. Insegnavo lettere quindi la materia meno interessante per chi sceglieva quel percorso eppure è stato un periodo incredibile di soddisfazioni reciproche e i legami con molti ex studenti sono tuttora fortissimi.

 

L’esempio di avanguardia digitale al Gadda oggi è un dato di fatto.

Quando sono arrivata, l’Istituto stava perdendo l’autonomia perché era sceso sotto i 400 studenti e sarebbe diventato succursale di qualche scuola di Parma. Ho voluto impiantare lì un professionale e non sono mancate le resistenze. Quello che è emerso è che non è stata alimentata la spinta innovativa e sperimentale ma ci si è adagiati su un progetto ambizioso che andava continuamente nutrito, come per qualsiasi progetto al suo inizio. E vale anche oggi”.

 

È uno stereotipo quello degli Istituti professionali più difficili delle altre scuole nella gestione degli studenti?

Sono due facce della stessa medaglia e parte delle resistenze che ho trovato tra i colleghi nascevano proprio da lì. Li spaventava il dover accogliere studenti oggettivamente più fastidiosi perché provenienti da situazioni socio-familiari complicate, stranieri, poveri e culturalmente un passo indietro. L’altra faccia sono tutte le competenze tecnico-informatiche che quegli istituti ti permettono di scoprire e padroneggiare.

 

 

Il dolore delle periferie sono un nervo scoperto che il Gadda aveva intuito negli anni’70.

Era stato Marino Giubellini a dare forma all’intuizione, era un consigliere della sinistra democristiana e oggi è Preside emerito. Era stato capace di vedere che bisognava presidiare i territori oltre Parma e garantire sedi scolastiche non in città bensì ai margini. L’ITSOS di quel tempo constava di tre sedi: una a Langhirano, zona prosciutti per capirci, una a Fornovo, piena zona Motor Valley, e una a San Secondo quindi area agricolo-alimentare. Se guarda una carta capisce subito che miracolo fece Giubellini andando a proteggere zone ancora ricche ma a rischio futuro, diminuendo il pendolarismo scolastico e unendo in prospettiva i puntini di quelle geografie.

 

Le intuizioni non bastano. È d’accordo?

Servono le gambe alle idee e vuol dire soldi, investimenti, sistema, tenacia. Solo così siamo stati capaci di trasformare il Gadda, farlo entrare nel circuito dei 4 Poli tecnici professionali dell’Emilia Romagna e aprire la strada al legame strettissimo con le aziende che hanno un “obbligo morale” di accogliere i ragazzi con progetti di alternanza scuola-lavoro per usare la vecchia terminologia (ndr, oggi PCTO: Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento). Poi da 5 anni attiviamo un apprendistato di primo livello: i ragazzi di quarta e quinta restano studenti con orario ridotto e al tempo stesso sono dipendenti delle aziende legate al Gadda”.

 

 

Per Margherita Rabaglia “l’innovazione è un movimento bidirezionale” ma la frase più indelebile che le ho sentito pronunciare è un’altra, quando mi ha spiegato che troppo spesso i collegi docenti o gli altri incontri interni all’Istituto sono momenti puramente organizzativi e gestionali mentre per lei “è urgente riaprire un dialogo culturale con il corpo docente capace di farci mettere a confronto su tematiche di quadro se si parla di educazione e formazione”.

 

Meditate, docenti: voi che credete di fare miracoli solo perché nel 2021 fate lezione davanti a uno schermo.

 

A cura di

Stefania Zolotti
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