La parola talento messa in musica

Chi fermerà la musica? Teresa Satalino non se lo è mai chiesto. Quando pochi anni fa ha fondato l’AYSO – Apulian Youth Symphony Orchestra, l’orchestra giovanile composta da circa 70 musicisti dai 15 ai 25 anni selezionati da diversi conservatori musicali, aveva già capito che quella strada sarebbe stata un volano di crescita per i più giovani e lo ha fatto nella sua Puglia dove dirige l’orchestra e da dove lancia progetti verso l’Italia e verso il mondo. La sua AYSO ha persino già collaborato con la CMC Orchestra di New York. Come ogni estate si dedica alla formazione dei suoi ragazzi tra masterclass immersive e concerti; ed è lì che la raggiungiamo per l’intervista. Per lei l’insegnamento è una parte del tutto e infatti contemporaneamente ad AYSO continua a fare la docente presso il Conservatorio “N.Rota” di Monopoli. Lei i giovani li motiva, li ascolta, li porta verso sé stessi attraverso la fatica del proprio lavoro tra gli strumenti e le note. Chi abusa da anni della parola talento, dovrebbe prima farsi una chiacchierata con lei.

In che modo è possibile far capire ai giovani qual è la loro vera vocazione?
Più che di vocazione si parla di talento. Il talento per un musicista si manifesta in età precoce e uno sguardo che sa riconoscerlo è capace anche di valorizzarlo. Questo è quello che abbiamo cercato di fare con Ayso, cioè prima scovarli e poi stimolare l’incontro reciproco per fare in modo che si instauri una competizione positiva, utile a tutti.

Per un’orchestra il lavoro di squadra è un elemento essenziale ma come si può trasmettere questo valore a giovani e persone che lavorano dentro aziende spesso con poco coordinamento e poca relazione?
Il fatto di aver messo insieme giovani talenti implica naturalmente che loro vengano fuori dalla propria visione individualistica del fare musica, confrontandosi con un lavoro di squadra. Per me lavoro di squadra vuol dire tendere verso un obiettivo comune, ruotando nei ruoli di responsabilità. Nelle orchestre professionali, infatti, vige una sorta di gerarchia, per cui ci sono alcuni musicisti che sono prime parti delle varie sezioni (violini, viole, violoncelli, contrabbassi etc) e sono per così dire i “responsabili” della propria sezione. In Ayso, invece, i ragazzi si alternano in questi ruoli di responsabilità, imparando di fatto ad esercitare la loro capacità di leadership. Inoltre, i più meritevoli per talento, costanza, correttezza, continuità, hanno la preziosa opportunità di suonare da solisti con l’orchestra, allenandosi alla gestione emotiva del ruolo da protagonisti principali. Questo metodo fa sì che all’occorrenza ciascuno possa essere protagonista o al servizio del protagonista con dinamiche che passano continuamente dall’uno al tutti in uno scambio reciproco, molto prolifico in termini di risultato finale. Se si considera che nel corso dell’esecuzione tutte le prime parti sono in contatto empatico sia con la propria sezione sia con le prime parti delle altre sezioni, e tutti coordinati da un direttore d’orchestra, si comprende facilmente che magia ci possa essere dietro meccanismi che non hanno bisogno di una sola parola. Questo meccanismo potrebbe agevolmente essere calato nelle realtà aziendali spesso irrigidite in schemi precostituiti.

Quale spunto potrebbero prendere le aziende, allora?
Si potrebbero estrarre pratiche di lavoro in cui le figure di riferimento possano ruotare nei loro ruoli, responsabilizzandosi progressivamente in funzione di un risultato e con un continuo scambio e confronto. Un lavoro di questo tipo presuppone che il leader debba avere queste caratteristiche: quella del direttore o del manager di grado superiore che, delegando del tutto alcuni processi, conserva il coordinamento e la visione d’insieme, ma che allo stesso tempo acquisisce stimoli e suggerimenti da tutti i suoi collaboratori ed è in grado di proiettare l’azienda verso un progetto a medio e lungo termine (nel nostro caso, ad esempio, un concerto viene pensato diversi mesi prima: si sceglie un repertorio in funzione di tante variabili, le risorse umane e finanziarie, il luogo, la stagione, i temi). Non è un leader autoritario, ma deve essere autorevole, dovrà saper ascoltare e valorizzare il talento di chi lo circonda, che sappia comunicare non solo con le parole, ma con azioni e gesti, possibilmente coerenti con la sua visione e che sappia chiedere agli altri quello che lui stesso può dare (competenza, gentilezza, capacità di fare squadra).

Quanto pesa l’emotività nel lavoro?
Sarebbe molto interessante, come avviene in altri Paesi, che i responsabili dipendenti di alcune aziende potessero vedere come funziona una prova d’orchestra e i meccanismi che la regolano, perché in quel momento comprenderebbero tutte le dinamiche di cui abbiamo appena parlato. C’è chiaramente una forte componente emotiva, perché il momento della performance comune scatena una scarica di adrenalina e crea quella piacevole sensazione di piena condivisione di un momento da ricordare insieme. Quindi penso che quando una squadra, esattamente come un’orchestra, lavori su presupposti di fiducia, inclusione, integrazione, empatia e senza troppe parole inutili e poi condivida il momento in cui tutti insieme raccolgono i risultati del lavoro condotto insieme, non si può che mantenere di quei momenti una memoria emotiva e razionale soltanto piacevole. Ogni esperienza diventa la base su cui costruire le successive esperienze di gruppo. E così come cresce il gruppo, così migliora progressivamente la qualità del risultato che si ottiene.

Cosa vuol dire nel 2021 fare investimenti nel campo della musica e della cultura musicale e quali sono le resistenze in Italia.
È un’avventura che necessita di grande coraggio e abnegazione. E questo vale ancora di più se si lavora con i giovani. Esistono bandi regionali e nazionali che sostengono le imprese culturali o il Terzo Settore culturale, ma l’accesso a questi fondi è sempre piuttosto complicato e prevede la consulenza esterna di collaboratori competenti in materia. Inoltre l’accesso ai bandi implica sempre il co-finanziamento dell’ente attuatore: questo vuol dire che l’impresa o ente del Terzo Settore in ambito culturale debba in qualche modo disporre di fondi propri che nella maggior parte dei casi sono fondi personali di quanti ci mettono del loro. Il paradosso è che le imprese o le associazioni che dispongono già di fondi hanno l’opportunità di disporre di ulteriori risorse. Esempio eclatante è quello dell’Art Bonus che finanzia realtà che già hanno il
riconoscimento ministeriale e che quindi dispongono già dei finanziamenti del Fus. Tra le nostre priorità c’è quella di consentire a tutti i musicisti più meritevoli di partecipare alle nostre attività in maniera assolutamente gratuita affinché anche chi non abbia le
risorse possa comunque avere l’opportunità di formarsi. Per questo cerchiamo sempre idee per finanziare il nostro progetto. Una di queste è “adotta un musicista di Ayso”, a cui hanno aderito con slancio imprese, privati e mecenati. Proprio sulla generosità di questi ultimi si basa la disponibilità degli spazi in cui suoniamo.

Da RoadJob a OrchestrAcademy: qual è il senso profondo di un’accademia?
Un’Accademia è il luogo dove accadono le trasformazioni.
Per noi OrchestrAcademy è il trait d’union tra il sistema dell’Alta Formazione Artistica e Musicale e il mondo del lavoro nelle orchestre professionali. I giovani musicisti hanno l’opportunità di lavorare costantemente con coach di sezione, prime parti dall’Orchestra Nazionale della RAI, dall’Orchestra Haydn di Bolzano o dall’Orchestra del Teatro alla Scala e di essere diretti dai principali nomi internazionali che arrivano dalla Santa Barbara Symphony o dalla Israel Symphony Orchestra, giusto per fare qualche nome. Se la formazione e il mondo del lavoro non trovano il modo di parlarsi, non si conosceranno mai fino in fondo: un’Accademia serve ad accelerare proprio questo.