Luciano Traquandi: “Le competenze soffici, per le aziende italiane, sono  come l’Arbre magique”

Potremmo dire che era nato come ingegnere puro, con alle spalle i primi dieci anni nei terreni elettronici più avanzati del campo produttivo internazionale. Poi però lascia la  professione per osservare il mondo del lavoro da dentro, e dedica i successivi trenta alle cattedre di sociologia aziendale da Parigi all’Italia, tra il Politecnico di Milano e la LIUC Università Cattaneo. Chi taglia corto con le definizioni e i ruoli direbbe che Luciano Traquandi si occupa di formazione manageriale ma vale la pena spiegarlo meglio ciò che fa, soprattutto come lo fa. “Per me passato e presente si fondono dentro una scelta professionale che da sempre si occupa degli aspetti soffici delle organizzazioni” – non dice soft, già mi piace – “e mi riferisco alla sociologia, all’antropologia, alla filosofia”. E durante l’intervista mi colpirà di lui la sottolineatura ricorrente della lingua italiana intesa come tassello cruciale del successo dei connazionali all’estero: “La diamo per scontata ma non è così. Dietro la lingua c’è il pensiero e dietro la lingua italiana ci il pensiero e la cultura italiana”.

Come si fa a spiegare ai giovani di oggi il valore di questo approccio?

Oramai sono le aziende stesse a dirlo, anzi ad averne bisogno e a cercare questo tipo di attitudine più leggera. Così come sono gli head hunter a confermarlo. Le aziende danno quindi per necessaria la competenza e la preparazione dei giovani ma non possono più prescindere dalla loro consapevolezza di un mondo esterno rispetto a quello interno aziendale. I giovani di cui hanno bisogno le aziende sono più maturi delle sole competenze ma i giovani questo non lo capiscono inizialmente, sono le aziende che poi li accompagnano quando le intuiscono in loro.

Vale tanto in Italia quanto all’estero, immagino.

Per l’Italia è più problematico. Il dramma è che da noi le aziende sono ancora immerse in una cultura deterministica, cartesiana, newtoniana: intendo dire che si dà ancora più importanza agli aspetti solidi e materialistici. Tecnologia, finanza, economia: sono più o meno le logiche che guidano ancora troppe di loro e anche per questo i giovani faticano a comprendere il salto, il passo. Sono le capacità relazionali dei giovani il vero patrimonio, sono le loro antenne.

Proviamo a dettagliare meglio?

Saper cogliere i segnali deboli intorni, riuscire a capire le logiche del sistema, orientarsi dentro lo spirito dell’azienda.

La mia provocazione è allora immediata: le aziende si stanno chiarendo le idee su quali profili giovani volere internamente ma non sono così convinta che siano capaci di motivarli e di formarli in quella direzione.

L’osservazione è corretta perché di fatto le aziende fanno investimenti, a volte persino clamorosi, solo su alti profili manageriali investendo in formazione e consulenze ed evitano quasi sempre di mettere soldi sui collaboratori inesperti.
Perché ne fanno fondamentalmente una questione di numeri: i top manager sono pochi, gli investimenti sono mirati, i soldi spesi sono accettati. A un più livello basso c’è ritrosia perché i profili giovani sono molti di più e soprattutto perché c’è l’incognita del non sapere se se ne andranno via. Posso però dire che, nella formazione di ingresso, ormai è prassi inserire aspetti più soffici e personali rispetto al passato. Mi sento di dire che è l’esperienza a rieducare le aziende, a far capire loro in cosa sono deficitarie e come porvi rimedio. Del resto alle scelte migliori ci si arriva sempre per bruciature personali.

Capita anche a lei di formare profili intermedi?

Certo. Ho la fortuna di formare sia top manager che figure più operative o manuali. Ad esempio i capi reparto, ai quali non risparmio mai ore dedicate al tema del conflitto, della comunicazione, del lavoro di gruppo, insomma del sé messo in relazione con gli altri e col contesto.

L’investimento sui giovani come valore essenziale dipende anche dai settori? magari è possibile fare una casistica delle aziende più pronte

Senz’altro quelle manufatturiere dove l’operaio non dà retta all’ingegnere o al laureato se non è capace di lavorare come lui e di capire il processo produttivo. O dove c’è la reale possibilità di avere un rapporto con la produzione e con la vendita; nella mia esperienza professionale, ricordo ancora progetti raffinatissimi fatti con Fiat o con IBM in questo senso per accompagnare i giovani ad una comprensione di sé stessi. Totalmente opposto è il settore bancario e finanziario dove la distanza tra la persona e il campo di lavoro è enorme, oltre che filtrata da algoritmi o altro.

Lei nasce ingegnere. Come descriverebbe oggi questa figura professionale tra stereotipi e realtà?

Partirei dal dato evidente: c’è una incolmabile penuria di ingegneri in Italia. Le aziende li cercano come il pane ma non li trovano, è così da sempre. E appena si laureano vengono intercettati. Nel campo dell’ingegneria informatica si registra senz’altro la maggiore carenza; poi succede anche che le aziende con forte tecnicalità hanno imparato a formarseli internamente da soli se fuori ne trovano pochi o non sufficientemente aggiornati. Io stesso, quando entrai in azienda 40 anni fa, mi organizzarono un corso che l’Università non riusciva a fare per cui direi che la questione è cronica. Ma non mancano solo ingegneri, attenzione: mancano anche tecnici, periti, meccanici.

Cosa non torna nel ricordare costantemente l’urgenza del mescolare gli umanisti agli ingegneri o ai profili più tecnico-scientifici in azienda? A sentire lei mancano proprio le figure.

Io non sono un uomo di numeri, più che altro annuso le tendenze occupandomi di sociologia. Provo a spiegare meglio cosa manca, perché è una doppia mancanza: soprattutto in Italia mancano tecnici e mancano tecnici che siano anche un po’ manisti. Le aziende non sanno più che farsene del solo genio o del solo talento.

Mi sintetizza, in chiusura, qual è il vero ritardo italiano?

Non è un ritardo produttivo, abbiamo una tecnologia raffinatissima e una capacità manifatturiera invidiabile. Siamo dentro un enorme ritardo culturale e lo vedo dalle tendenze con cui tutti gli studenti che laureo da anni se ne vanno via da qui, andando a fare carriere lunghissime a Londra, in Svizzera, Spagna, Germania, Svezia. Avendo anche studenti internazionali mi accorgo del diverso livello di
formazione scolastico dalle superiori all’università e di come le basi che si mettono in Italia siano di ottimo livello; però la carenza, fin da ragazzi, è non investire sulle loro competenze interiori, personali, individuali ed è lì che vedo il vero buco rispetto a parecchio resto del mondo produttivo. Da noi purtroppo quelle competenze sono come l’Arbre Magique: se ce l’hai appeso in macchina ti rilascia un buon profumo ma se non ce l’hai parti lo stesso.