Non c’è futuro senza fabbrica, altro che start-up

 

Tra le priorità messe in chiaro dal Presidente del Consiglio Mario Draghi c’è la scuola: scuola intesa anche come ponte sul lavoro, andando a colmare un vuoto tutto italiano. E con altrettanta chiarezza Draghi ha citato gli ITS (Istituti Tecnici Superiori), nati una decina di anni fa anche in Italia e che mutuano quello che in Germania viene chiamato sistema duale, scelto da quasi la metà degli studenti tedeschi che, al termine dell’obbligo scolastico dei 16 anni, optano per questo percorso che va da due a tre anni e mezzo: l’apprendista riceve uno stipendio che si aggira intorno agli 800 euro per un lavoro che di fatto è in formazione oltre che in part-time. Non male. In due terzi dei casi, l’apprendista viene assunto nell’azienda che lo ha formato.

In Italia gli ITS sfornano numeri significativi in termini di occupazione se le statistiche confermano che oltre l’80% dei diplomati trova lavoro in un ruolo assolutamente coerente col percorso formativo. A marcare gli ITS è il legame strettissimo tra studio, territorio e imprese: da lì l’Italia dovrebbe riprendere il filo: Tra i pionieri c’è l’Abruzzo con l’ITS Sistema Meccanica di Lanciano, provincia di Chieti.

Antonio Maffei è il coordinatore e il suo istituto sta in rete con tutti gli ITS italiani della Meccatronica (lui preferisce il termine meccatronica, più puntuale che dire meccanica). La geografia è il primo affaccio su cui lo porto per capire se gli ITS identificano anche culture del lavoro diverse in giro per l’Italia.

“Forse è più una questione di numeri che di differenze sostanziali nel progetto. Ad esempio l’ITS meccatronico veneto ha molti più corsi rispetto ai nostri e forma molti più ragazzi: dipende però dal tessuto imprenditoriale che nel loro caso è fatto di oltre 3mila aziende. Al contrario, in Abruzzo abbiamo spesso grandi multinazionali: un’eredità degli anni ’70 che avevano favorito e stimolato fortemente l’industrializzazione al Sud”. 

La storia dell’ITS di Lanciano è tra le perle i nfilate con cura e autorevolezza nel libro Fabbrica Futuro (Egea, 2019), a firma di Diodato Pirone e Marco Bentivogli: duecento pagine coraggiose che aprono gli occhi sulle fabbriche contemporanee, smontando luoghi comuni e vecchi modi di immaginarle. Sono invece la testimonianza di un’Italia in avanti che ancora troppi non vedono.

Perché spariscono dai mezzi di informazione queste geografie produttive così rilevanti?                                                              Non è che spariscono, manca proprio la consapevolezza da parte di chi vive in quei territori. Se penso all’Abruzzo, spesso si riscontra quasi un atteggiamento da anni ‘70: c’è chi vuole investire sulla propria formazione e si iscrive all’università e poi c’è il ragazzino che viene dall’istituto tecnico e vuole entrare in fabbrica perché lì pensa di poter spegner il cervello per otto ore e starsene tranquillo. Un atteggiamento del tutto anacronistico. Qui abbiamo circa 200 imprese per un fatturato di 7 miliardi l’anno ma non c’è presa di coscienza da parte delle persone – giovani e adulti – delle risorse innovative e tecnologiche che l’Industria 4.0 ha iniettato.

“Sarto del territorio”. Il libro descrive così Antonio Maffei.                                                                                                                                Gli autori hanno usato questa metafora cucendola sulla mia persona ma in realtà è il lavoro dell’ITS che va considerato sartoriale, è l’insieme dei progetti che portiamo avanti, è la formazione di precisione che ci caratterizza. Avendo la possibilità di definire i piani formativi con le aziende, per le quali costruiamo su misura i tecnici, davvero riusciamo a dare una risposta concreta al mondo del lavoro partendo dai giovani.

La parola competenze è abusata e svuotata. Cosa cambia con gli ITS, che rilettura siete capaci di offrire?                                 Il nostro ITS lavora di due anni in due anni e questo spinge le aziende a spostare un avanti la percezione di sé stesse per far capire quali competenze serviranno in prospettiva. È la grande difficoltà delle piccole imprese che per natura e anche per necessità vivono solo nell’oggi.

Accanto al nostro ITS di Lanciano c’è la Val di Sangro dove si trova la maggiore concentrazione di imprese del settore meccanica e automotive di tutta la regione: stiamo parlando di due grandi driver come Sevel e Honda.

Sevel (Società Europea Veicoli Leggeri) è il marchio leader per la produzione di furgoni in Europa, da solo conta 6700 dipendenti diretti e sforna 300/350mila Ducato all’anno. Assemblano quasi un furgone al minuto con livelli di automazione
e specializzazione impensati per una regione come la nostra. Lo stabilimento di Atessa della Honda è invece l’unico in Europa a produrre moto fuori dal Giappone. Entrambe hanno non solo fertilizzato l’area in termini di posti di lavoro ma hanno fatto anche da traino richiamando altre imprese e sappiamo bene come le grandi realtà produttive attirino moltissimi fornitori. Di solito questi fenomeni generano
anche un indotto di servizi ma in Abruzzo questo è accaduto meno.

Come si struttura una Fondazione ITS?                                                                                                                                                                  Nel nostro caso, dentro la Fondazione abbiamo il Polo Innovazione Automotive oltre alla scuole e alle università; di fatto il Polo è nato addirittura un paio d’anni prima dell’ITS perché si era già capito quanto quelle multinazionali al sud fossero sedi produttive ma non di pensiero, non di generazione e sviluppo delle idee o dei progetti. Il nostro compito di ITS è nato anche per far rinascere le geografe del lavoro aggiungendo la parte di ricerca, di creatività e di innovazione finora sempre mancata accanto alla produzione. Ricordo anche che per molti anni l’Abruzzo è stato l’unico territorio al mondo con la più alta concentrazione di imprese giapponesi fuori dal Giappone.

Cosa è mancato e cosa manca tuttora all’Abruzzo?
La media impresa, che sarebbe il cuscinetto perfetto. Qui siamo sempre stati spaccati tra la piccola o piccolissima impresa e le grandi multinazionali e le prime sono sempre state succubi delle seconde, spesso ridotte ad essere persino monomandatarie verso le grandi. Grandi che sono di fatto mere assemblatrici: il cervello non stava e non sta in Abruzzo, si mettono insieme i pezzi che vengono pensati e progettati fuori dal nostro territorio.

Gli ITS possono radicare cultura e prodotto?
È la funzione del Polo, che costantemente porta avanti la ricerca di prodotto per il settore automotive. Mette insieme grandi e piccole aziende e le fa partecipare a bandi di ricerca applicata in ambito regionale, nazionale ed europeo. L’innovazione che manca può essere di processo, di prodotto, di materiali, insomma in molte forme.

Spostare l’attenzione dal già visto all’invisibile dovrebbe essere un esercizio quotidiano per ridare dignità alla cultura del lavoro. Non si parla più di fabbriche, tutto sembra essersi fatto immateriale. Per fortuna gli ITS rivendicano modernità e bellezza in nome dei giovani.

A cura di

Stefania Zolotti
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