Servono maestri del lavoro in aula: dalla Brianza l’appello di una scuola superiore

La formazione è stata umanistica, anzi classica. Gli studi a Milano e quando poientrò nel mondo del lavoro si ispirò al pensiero illuminato di Olivetti. Da sette anni è a capo di un istituto comprensivo che conta oltre 2500 studenti,verrebbe da dire un piccolo comune italiano. E pensare che sarebbe dovuta essere una presidenza provvisoria.

Mariagrazia Fornaroli dirige l’IIS Leonardo Da Vinci a Carate Brianza.
In Brianza nonostante la crisi pesantissima in tanti settori, quello dei mobili su tutti, la stima per l’istituto tecnico primario è rimasta alta, spesso di derivazione genitoriale perché i padri hanno studiato qui e vedono nella tecnica e nella manualità un senso altissimo da trasmettere. Mi sento di dire che qui si sente ancora viva la responsabilità della consegna della tecnica di generazione in generazione, la tradizione, il tramandare. Lo conferma il fatto che una percentuale dei nostri studenti è figlia di piccoli e medi imprenditori locali, quelli più strutturati invece vanno altrove. Ma la cultura del lavoro italiana incarna ancora lo stigma secondo cui le scuole non liceali siano un di meno rispetto al resto e anche voi giornalisti non ci aiutate a diffondere un messaggio valoriale positivo in questa direzione”.

Di lei colpisce la fermezza con cui non manda a dire le cose: fa nomi e cognomi, guarda in faccia la scuola e il corpo docente, unisce i puntini che non sempre restituiscono l’immagine sperata che la formazione dovrebbe avere in Italia.

Guardando ai numeri e alle tendenze, potrebbe profilare i giovani che scelgono di iscriversi ad una scuola tecnica in un momento storico come questo?

Tolti appunto i figli che hanno alle spalle una storia familiare di impresa, molti arrivano per un clamoroso errore di orientamento: il pregiudizio che l’istituto tecnico sia facile.

La responsabilità dove si annida? Forse, prima ancora che sociale, è un retaggio familiare. E lei dalle dichiarazioni che rilascia o dagli articoli che scrive, solitamente non risparmia i genitori.

Confermo questo mio atteggiamento diretto nel ribadire che l’Italia paga uno scotto altissimo, quello dell’idealismo. E non riesce ancora a fare il salto mentale che la porterebbe a considerare la risorsa immensa delle scuole tecniche che potrebbero nutrire molta parte produttiva del Paese. Ci vorrebbe una formazione diversa anche per i docenti e ci vorrebbero genitori con meno ideali e più senso della realtà guardando ai propri figli.

Quando si riferisce ai docenti intende una formazione specifica su alcune materie o cos’altro?

Parlo proprio di una loro rieducazione, abituandoli ad uscire dal solito ruolo e imparando a parlare col mondo delle aziende, con gli HR, con chi vive immerso nel mondo del lavoro. Ci si dimentica troppo spesso del dato di invecchiamento del corpo docente; fortunatamente quest’anno nel nostro Istituto viviamo un turn over interessante però lavorare sempre e solo con cinquantenni e sessantenni è drammatico se vogliamo vedere nella scuola anche un ponte verso dinamiche e
prospettive che vadano oltre la mera disciplina. Negli anni i docenti si sono progressivamente spenti e il contesto di oggi chiede ben altro rispetto alla mia generazione: è urgente stare al passo.

I modelli che spopolano tra i giovani non vanno affatto nella direzione della tecnica, della manualità, del fare. Sarebbe utile portare alla ribalta figure professionali di questo genere.

Avevo proposto di valorizzare la figura del maestro del lavoro, unendo in un certo senso la sacralità del magistero – incarnata nella parola maestro ma rimodernata, quasi rivitalizzata – accanto alla parola lavoro: binomio che nelle scuole non si  materializza mai. Lo vedo dagli insegnanti tecnici che spesso autorizziamo per progetti di consulenza nelle aziende: ci vanno, la fanno, ma restano sempre esterni
rispetto all’organizzazione. Per questo spingo verso l’ingresso nelle scuole di una figura come il maestro del lavoro: un imprenditore, un direttore del personale, un tecnico di alto profilo che venga e racconti ai ragazzi, che li metta in contatto con l’esterno.

Non è detto che i tecnici siano capaci di saper trasferire, comunicare, far innamorare i giovani.

Purtroppo è vero, le competenze umanistiche o di relazione o di comunicazione non appartengono loro con grande facilità. E poi io lo chiamo lo iato, il grande vuoto che c’è tra i nostri giovani studenti e il mondo degli ingegneri, dei tecnici: pensiamo solo a quanti studenti arrivano negli istituti tecnici appunto per errori di valutazione, quanti contesti socio-culturali difficili si portano spesso dietro come fardello e che non vengono tradotti.

Ci sono similitudini tra scuola e università nello starsene dentro una bolla che si fatica a bucare per entrare in contatto col mondo del lavoro? È il grande problema degli accademici italiani, il loro vivere con una logica esclusiva senza minimamente tenere conto invece della trasversalità, della capacità di muoversi su più piani paralleli in contemporanea, di far interagire i mondi. Un mio desiderio sarebbe quello di introdurre nei nostri istituiti tecnici un po’ di filosofia, forse l’anno prossimo ci riesco (ndr, intanto in Francia dal prossimo anno accademico 2021/22 sarà possibile introdurre l’insegnamento della filosofia negli istituti professionali che vorranno aderire al progetto ). Possiamo fare a meno del latino e del greco ma non della filosofia: l’unico rischio in Italia sarebbe prendere la deriva della filosofia e insegnare storia della filosofia che ammorberebbe di sicuro gli studenti. Invece bisogna portare i ragazzi a farsi le domande, a saper argomentare, ricominciare a saper scrivere dopo aver ragionato e pensato.

Lei come farebbe innamorare i suoi studenti parlando loro di lavoro?

La nostra è una cultura tutta italica, dolorosamente negativa rispetto al lavoro come se fosse una dannazione. Cattolicesimo, marxismo e idealismo hanno fatto non pochi danni. Vorrei che i giovani lo capissero anche avvicinandosi al diritto del lavoro, ai loro diritti, alla storia che c’è dietro. Il lavoro non è una parola astratta. Vorrei che ascoltassero un Sabino Cassese che dai suoi novant’anni è ancora capace di farci capire cosa voglia dire tutto questo. Io ho recuperato tardi la bellezza del diritto ma oramai non lo abbandono più.