Valori, etica del lavoro, giustizia sociale: dal lavoro si gettino le basi di una nuova società

Intervista ad Andrea Terracini, Direttore NT Majocchi 

8 maggio 2020

Quello che abbiamo pensato, fin dal primo momento, è stato cosa potevamo fare per dare un contributo in chiave emergenziale: ci sono volute due settimane per passare dall’idea all’azione”. Andrea Terracini è Direttore di NT Majocchi, azienda di Tavernerio (CO) che produce tessuti tecnici sia per le Forze dell’Ordine che per il settore dell’abbigliamento e dell’alta moda. Un’expertise incentrata soprattutto sulle performance dei tessuti – dall’impermeabilità alla traspirazione – che nel pieno dell’emergenza da Covid-19 si è riconvertita alla produzione di tessuti per dispositivi medici. “Abbiamo già tra i nostri prodotti membrane impermeabili traspiranti sia per il settore civile che per quello militare, a ciò si aggiunga che già da tempo eseguiamo test sull’impermeabilità dei nostri tessuti ai patogeni del sangue. Ci siamo messi quindi a studiare le normative sulle barriere virali, rendendoci conto che già avevamo le tecnologie e le materie prime disponibili per poter mettere in produzione dispositivi a norma. Una delle nostre linee di tessuti è oggi omologata per il mercato francese, mentre siamo in attesa della certificazione CE per la produzione di tessuti per camici e tute protettive. Abbiamo buttato il cuore oltre l’ostacolo, come si suol dire, certi che la nostra supply chain potesse andare in quella direzione, abbiamo fatto prove e test e corso il rischio di acquisire materie prime senza avere alcuna certezza, né di certificazione né di mercato, ma se non ci fossimo mossi con quella tempestività ci saremmo trovati tagliati fuori”. Un azzardo, che forse è compatibile con questi tempi in cui è necessario muoversi in grandissima velocità: “ci ha senza dubbio aiutati il fatto che si è creato un vero e proprio network, dal Politecnico di Milano ad alcune aziende di confezioni partner, è stato fatto uno sforzo enorme per mantenere l’intera catena sul territorio. Poter supplire in questo modo alla sospensione temporanea delle Fiere, che per noi rappresentano un momento centrale dal punto di vista commerciale, ci sta aiutando, non ovviamente senza difficoltà”. 

Oggi NT Majocchi lavora con un terzo circa dell’abituale forza lavoro – 50 in tutto i dipendenti totali – perché l’intero sforzo è concentrato sulla filiera Covid-19. “Ovviamente la riduzione del personale ci consente di poter far lavorare in completa sicurezza i nostri addetti, che si sono adattati a una turnazione 24/7” dice Terracini. “Devo dire che aleggia un grande entusiasmo, dettato senz’altro dal fatto di sentirsi realmente utili, di poter fare la propria parte in maniera concreta in un momento così delicato, e questo è senza dubbio un magnifico feedback”. Anche lato clienti si respira una grandissima voglia di collaborare: “nell’arco di tre giorni abbiamo siglato un accordo con la Regione Lombardia e consegnato i camici, sto lavorando con confezioni conto terzi che fino a qualche settimana fa facevano abiti da sera. Ovviamente il business deve esserci, ma devo dire che in questo periodo la sensazione è di lavorare mossi da altri obiettivi e con un enorme spirito di servizio. La conferma che in ogni momento buio, nella vita personale così come in quella collettiva, ci sono momenti di buio interrotti da squarci di luce, sono i veri stimoli ad andare avanti”. 

Per chi è nella stessa azienda dal 1984, il mondo è davvero cambiato radicalmente: “oggi stiamo vivendo il crollo del modello democratico-capitalistico, ma è una consunzione che ha radici antiche. Il problema è che oggi non vedo un livello di discussione alto, non c’è un ragionamento su dinamiche più ampie, attorno ad un’etica del lavoro, capisco che l’emergenza imponga ragionamenti serrati sull’oggi, ma non vorrei che poi ci ritrovassimo presto a vivere le stesse difficoltà in assenza di strategie a lungo termine. La globalizzazione avrebbe dovuto portare a una distribuzione del benessere, e invece ha fatto emergere disuguaglianze disumane e concentrato la ricchezza nelle mani di un 5% della popolazione: un’emergenza come quella che stiamo vivendo rende tutto più chiaro, ma ci troviamo di fronte alla punta dell’iceberg. Sono ottimista di natura, ma non fiducioso, a meno che non si recuperi il primato dell’imprenditoria e del fare sulla finanza. Rischiamo davvero molto, soprattutto in un paese il cui tessuto economico è fatto di piccole e medie imprese”. 

Terracini punta il dito anche contro la poca chiarezza del legislatore: “quanto alla sicurezza sui luoghi di lavoro leggo confusione, quando non aberrazioni. Prendiamo il tema delle mascherine: si possono fare in qualsiasi modo, non ci sono linee guida nette, così è lasciata alla responsabilità oggettiva del singolo imprenditore la tutela della salute dei propri dipendenti”. La burocrazia è un altro tema caldo: “vorrei che le associazioni di categoria ci offrissero contributi di semplificazione. È un tema che personalmente ho sollevato, riguardo alle normative europee sull’acquisto dei dispositivi sanitari che, se acquisiti da paesi extra UE, sono esenti da dazio e Iva. Questa è una stortura, e non è possibile che sia il singolo imprenditore a doverlo fare notare”. 

Quello che Terracini auspica è che gli imprenditori possano fare cartello, anche affiancando, se necessario, l’associazionismo tradizionale. “Ci mancano però, forse, radici etiche forti, il senso della collettività, la capacità di fare sistema verso obiettivi comuni alti. A mio avviso occorre cambiare il paradigma delle aspettative: Cambiare il paradigma delle prospettive: occorre ripartire dalla giustizia sociale e accantonare l’obiettivo del profitto illimitato, e occorre rivedere gli obiettivi di crescita, che non sono più sostenibili a questo ritmo”. Che sia una decrescita felice o si faccia di necessità virtù, questa è la sola direzione possibile.